Destinazione Spelonga..un anno dopo!

Thomas, uno dei soci di Cascina Biblioteca,nonché uno dei responsabili della nostra Commissione Donazioni, ci racconta di come è stato portare concretamente e in prima persona il nostro contributo alla famiglia Camacci, colpita duramente dal terremoto del 2016.

La mattina del 3 novembre alle sei e mezza 5 soci di Cascina Biblioteca partono con due camion pieni di attrezzi e di materiale. Con Francesco ci sono Anselmo, Donato, Marco e Thomas. Destinazione Spelonga, frazione di Arquata sul Tronto, uno dei paesi maggiormente colpiti dal sisma del 2016. Il viaggio è lungo ma tranquillo. Arriviamo sul posto verso le tre del pomeriggio, giusto in tempo per scaricare il materiale prima che diventi buio. Ad aspettarci c’è tutta la famiglia Camacci: Biagio, suo fratello Dante, la madre Paola ed il padre Claudio. Giusto il tempo di un abbraccio veloce e poi tutti all’opera per scaricare i pali di castagno, la rete e poi il mitico ruspino giallo che avrà il compito di scavare la trincea, battere i pali e ricoprire la base della rete col terreno. Questo però domani, per oggi abbiamo già dato ed è finalmente tempo di mangiare. Tutti quindi nella baita di legno che da oltre un anno è diventata la dimora della famiglia Camacci dopo che il terremoto ha reso inagibile la loro casa “vera” in paese. 

La stufa è sempre accesa ma è soprattutto il calore umano che fa dimenticare il freddo patito (siamo a 1000 metri d’altezza). In tavola ci aspettano il pane ancora caldo (fatto con il forno da noi donato l’anno scorso, e che sembra funzionare benissimo!), prosciutto e formaggio oltre naturalmente al vino. Appena le mandibole cominciano a placarsi Claudio tira fuori il suo organetto e attacca la musica. Siamo nelle Marche ma l’Abruzzo è lì a pochi passi per cui le ritmiche sono quelle tipiche del salterello. Biagio –che sa suonare anche meglio del padre, e il giorno dopo ce ne dà dimostrazione suonando l’organetto dietro la schiena alla maniera di Jimi Hendrix- rispetta le gerarchie e si accontenta di imbracciare il tamburello. Anselmo vorrebbe ballare ma il polpaccio fa male (solo al ritorno scopriremo che si è strappato un muscolo tanto da richiedere un’ingessatura) per cui si limita a cantare.

Il clima è come sempre stupendo ma la stanchezza si fa sentire per cui prima delle dieci togliamo il disturbo per andare a dormire. Saremo ospiti del bed&breakfast di Corrado, architetto di Milano che da anni collabora con la Cooperativa e che ci ha fatto scoprire questa realtà così bella. La moglie Aurora ed i 4 figli hanno preparato le stanze e poi naturalmente ancora altro cibo! Vorremmo fermarci più a lungo per sentire la loro storia (una sorta di emigrazione all’inverso, dopo il terremoto hanno deciso di tornare a vivere in paese per resistere, anche se questo significa per Corrado un pendolarismo estremo tra Milano e Spelonga) ma i letti ci reclamano. 

Sabato la sveglia è nuovamente alle sei e mezza. Colazione,  poi si riparte per il campo di Biagio. Lui e Dante stanno accudendo le loro 100 pecore, raccolte per la notte nel recinto da noi realizzato l’anno scorso. Questa è la ragione per cui –unici tra tutti – nei momenti drammatici del terremoto scelsero di non seguire i compaesani ospitati negli hotel sulla costa ma di rimanere qui adattandosi in baita: Le pecore non si possono lasciare sole, né si possono portare in albergo! E se questo vuol dire rimanere soli, con due metri di neve fuori dalla porta, la terra che trema ogni notte e i lupi che ululano alla luna, pazienza. L’alternativa è la morte civica del paese, perché se nessuno resta a tenere la bandiera un paese muore. E di bandiere qui a Spelonga se ne intendono: nel 1571 un drappello di paesani partecipò alla battaglia di Lepanto tra le armate cristiane e quelle ottomane e tornarono vincitori portando proprio a Spelonga la bandiera turca in trofeo.  

Finalmente si parte col lavoro. Anselmo col ruspino scava la trincea, gli altri col trattore battono i pali e collegano i fogli di rete. Presto arrivano i primi problemi: il terreno è troppo secco (non piove da mesi), i pali non scendono. Si cambia sistema, dovremo scavare trincee più profonde e poi addirittura batterli col ruspino dove il terreno è più duro. Per fortuna la giornata è bellissima ed il sole mette di buon umore, perché la prospettiva è di lavorare fino a notte. Dopo qualche ora d’ansia però arriva la svolta: finito il primo lato il terreno cambia completamente, diventa soffice come  burro e i pali entrano come grissini. Possiamo finalmente lavorare in due squadrette parallele col trattore che pianta i pali ed il ruspino che prima scava e poi ricopre. Una volta preso il ritmo il tutto diventa una danza: chi regge il palo, chi porta il foglio di rete, chi pianta i chiodi e poi via col prossimo. A vedere questi omaccioni così aggraziati nel ripetere in continuazione gli stessi gesti armonici viene a pensare ad una sorta di ballo delle debuttanti (o dei ributtanti, visti lo sporco ed il sudore…)

Neanche Paola coi suoi vassoi pieni di pane e prosciutto riesce a distrarci dal lavoro; giusto il tempo di mandar giù un boccone e si ricomincia.

Alle 15 – contro ogni previsione – il lavoro è finito: il nuovo campo di circa mezz’ettaro è recintato. Questa volta più che a tener lontani i lupi dovrà servire a proteggere il grano dai cinghiali sempre più numerosi in zona.

Ora finalmente ci possiamo rilassare e diamo un’occhiata alle pecore e alle stalle. Grazie a varie donazioni e a qualche sacrificio i Camacci sono riusciti in un anno a ridotarsi di tutte le attrezzature e le strutture perse col sisma. Mancherebbe solo una mungitrice meccanica, ma quella rimane un lusso che temono di non potersi permettere. Non sanno ancora che –grazie alla donazione di quest’anno – potranno avere anche quella.

Intanto la fame si fa sentire, per cui tutti di nuovo in baita a mangiare. A tavola siamo in tanti perché a casa Camacci funziona così: chi si trova a passare da quelle parti non ha che da entrare e mettere le gambe sotto il tavolo. L’ospitalità qui è davvero un Valore.

Dopo la cena ancora canti e racconti, racconti e canti. Qui il tempo non si è fermato, semplicemente è una dimensione che non esiste. Passato presente e futuro si fondono in un ciclo continuo, annullando il concetto stesso dello scorrere del tempo. Claudio ci racconta di quando Pietro Germi venne proprio qui per girare il film “Serafino” ed il paese per 3 mesi fu “occupato” dalla troupe. Ne parla come fosse accaduto ieri, invece erano 50 anni fa. Biagio invece progetta il futuro, vorrebbe raddoppiare il numero di pecore così da poterne avere abbastanza da poter mettere su famiglia, ma ne parla come fosse non un progetto di vita ma un ciclo stagionale da compiere. 

La mattina dopo il clima è molto più rilassato: il lavoro ormai è finito, possiamo goderci il paese che sta ricominciando lentamente a vivere. Alcune case sono state messe in sicurezza mentre i nuovi moduli abitativi sono quasi pronti. Al circolino almeno venti persone (sia giovani che anziani) parlano e progettano animatamente. Molti stanno tornando a risiedere qui dopo la lunga parentesi di vacanza forzata in hotel: Spelonga è viva. Non altrettanto si può dire delle frazioni vicine, e le ruspe che stanno spazzando via quel poco che resta di Arquata lo testimoniano efficacemente.

In breve è tempo di partire, in modo da essere a Milano entro le 9 di sera.

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