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Ciao, papa’ Piero

E’ Carnevale ed è anche un momento adatto a celebrare una persona che ha vissuto tutta la vita scherzando e sorridendo: ciao Piero!

E’ arrivato il momento, durante le vacanze dello scorso Natale, di dire addio ad un altro abitante di Cascina Biblioteca, membro di questa gigantesca famiglia: Piero.

Anni di vita insieme e di esperienze condivise: tutti ricordano Piero per le sue caramelle, la frutta alcolica e le belle donne intorno, per le battute più o meno ripetibili e la generosità sempre ripetuta, per i brontolii e per l’amore senza fine per la moglie Angela, prima, e per la figlia Manuela, poi. Senza fine, fino all’arrivo della sua fine.

Sono all’ingresso di Cascina Biblioteca, quello tra l’aia e il corridoio della palestra, Flavio sta recuperando una vecchia porta con la quale chiuderà il suo nuovo studio tecnico-meccanico, tra attrezzi vari.

“Se Piero avesse visto questa porta, cosa ti avrebbe detto?”, gli chiedo. “Avrebbe amato questa porta!”, risponde lui.

“Avrebbe detto che faceva schifo e gli avrebbe spiegato come andava fatta”, entra Marco Masala che, come Flavio, lavora per il centro di formazione professionale di Sir in Cascina Biblioteca. “Era un criticone! Il suo motto era ghe pensi mi per ogni cosa”.

Entrambi conoscevano Piero da tanto di quel tempo che non sanno nemmeno da dove cominciare per raccontare di lui.

Pietro Borina ha trascorso almeno gli ultimi vent’anni della sua vita in cascina con la sua famiglia: Angela, una moglie fortissima, raccontano tutti, che non ha smesso di lottare nonostante l’invincibilità della malattia che la divorava e Manuela, una figlia residente in Cascina e utente del CSE Campus per via della sua fragilità.

Di Manuela, come di Piero, non si capisce l’età a un primo sguardo, tanto erano pieni di vita li loro occhi e i loro sorrisi.

“In ospedale, quando lo sono andato a salutare, aveva ancora la pelle di un bambino in faccia,” racconta Flavio. “D’altronde è sempre stato un ragazzino, senza vergogna. Anche quand’era lì, disteso a letto, ha riconosciuto mia moglie, che aveva visto due anni prima, non me. A lei ha sorriso! Le donne gli piacevano!”

I Borina venivano dal Veneto, dove Piero è stato camionista. Aveva un carattere forte e la dura scorza di un veneto, amante della natura, del fai da te, delle cose semplici di cui godere, delle sue Ma-donne di famiglia, curate sempre con l’affetto premuroso di un uomo di altri tempi. Prima di arrivare al parco Lambro, i Borina vivevano in una casa di proprietà in via Celentano. Ma Piero amava molto Cascina Biblioteca e quando Anffas destinò alcune case di Cascina a nuclei famigliari con figli fragili, Piero contribuì alla ristrutturazione di quegli stessi appartamenti, ottenendo in cambio una casa qui per la sua famiglia e per il bene di Manuela. Così è iniziata la loro relazione con la cooperativa, inizialmente coadiuvata dai servizi domiciliari, poiché Angela, la moglie di Piero, era malata di sclerosi multipla.

Piero, all’epoca, lavorava al mercato del pesce di Milano e spesso faceva avanti e indietro da Venezia per recuperare pesce fresco e portarlo al mercato di piazza Greco. Tutti lo raccontano come un gran lavoratore, con molta generosità in tasca e sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno di una mano: sistemava soprattutto biciclette, macchinari per il taglio dell’erba, aiuole, porte e finestre. Tutti compiti non di sua competenza, ma che dimostrano bene il suo rapporto con il luogo “Cascina Biblioteca”: era la sua casa, tutta, e gli abitanti, tutti, la sua famiglia milanese. Piero di tutto e tutti aveva cura. E tutto e tutti lo ricordano per la sua spontanea premura verso il prossimo.

“Una volta mi ruppe un decespugliatore, per sbaglio. Ci aveva messo la benzina anziché la miscela perché voleva, mannaggia a lui, tagliare l’erba! Non gli andava di aspettare me e così si era arrangiato da solo…”, spiega Marco Masala, “Mi dice che a un certo punto sentiva un rumore strano, poi un odore strano, poi l’aveva visto tutta su di giri. Eh, certo: l’aveva scassato! E voleva ricomprarlo a tutti i costi. Io gli dicevo di no, a momenti litighiamo. Alla fine se n’era comprato uno tutto per sé e lo usava per la zona barbecue che sfruttava lui più di tutti, in effetti.” Faceva le grigliate nel fine settimana con sua moglie e sua figlia.

Quanti in cascina sono stati invitati da Piero alle grigliate, quanti ci hanno partecipato, per mangiare o per ridere insieme a lui.

Andrea Calvi del CSE Campus, educatore di riferimento di Manuela, racconta che una volta ha bucato prima una ruota e poi l’altra della bicicletta, non aveva più camere d’aria ed è arrivato in cascina per aggiustarla. Piero era una persona che Andrea amava e ammirava molto, per la sua dedizione, il senso di sacrificio e di responsabilità verso la famiglia che non lo hanno mai abbandonato. Era in cascina, Piero, e lo ha visto arrivare con la bici rotta: ha immediatamente dedicato la giornata a ripararla insieme a lui. Intanto che il tempo passava, Piero raccontava ad Andrea le sue storie, la sua vita e Andrea, che amava ascoltarlo, decise di rimanere a cena e improvvisare con Piero una di quelle tante grigliate magiche. “E’ stata una serata speciale che mi porto nel cuore”.

Tutti i giorni da quando lavora in cascina, Andrea ha frequentato Piero, 10 minuti al giorno, tutti i giorni degli ultimi nove anni. E ogni volta che vedeva qualcosa che non andava sulla bici di Andrea, Piero gliela riparava. E ogni giorno Piero gli offriva una pesca, perché sapeva che gli piaceva, e Andrea lo ascoltava raccontare.

Un’altra parola che si addice al nome di Piero e alla sua famiglia è tradizione, o forse “ritualità”. La ricordano Sonia e Barbara, coordinatrici dei servizi domiciliari e dell’abitare destinata ai Borina. Lo confermano Alessandra, coordinatrice del Cse Campus e tutti gli educatori.

Il lunedì mattina si faceva la spesa al mercato, una spesa soprattutto di frutta, la più bella, la migliore. Il venerdì si controllava regolarmente che la macchina fosse prenotata da Sonia, per poter essere accompagnato al mercato il lunedì successivo. Le arance lo aspettavano.

Il fine settimana si mangiava la pizza e le colazioni si facevano al bar, sia sabato che domenica mattina.

Quando si usciva dal dentista, la gelateria era sempre una tappa obbligata.

Appena il clima lo permetteva, Piero e sua figlia Manuela facevano un bel giro in bicicletta al parco Lambro, finché è stato possibile. Ed era bellissimo vederli girare così, sotto il sole, felici.

Il Natale, il ferragosto, i compleanni e le festività venivano trascorsi da loro tre prima e poi da Piero e Manuela sempre in cascina, con una ritualità che prevedeva: eleganza negli abiti da indossare, condivisione dei propri beni di consumo e, soprattutto, di molti ricordi e storie legate alla loro affezionatissima famiglia. Piero andava molto orgoglioso del suo passato, del  matrimonio e di Manuela. Non perdeva occasione per mostrare gli album con le foto a chi passava a trovarlo nei suoi appartamenti in cascina, I Gusci. Davanti a un bicchiere di vino, a qualche dolcetto, a una pesca o una prugna sotto spirito, moltissimi di noi sono passati a quella tavola, hanno ascoltato e ammirato le vicende di quella coppia fantastica che ne ha passate di brutte, davvero, senza mai perdere la forza, il coraggio e l’amore per l’altro. Caterina Costagliola e Laura Balzarotti, ma non solo, si ricordano gli inviti di prima mattina: “Se rifiutavi il dolcetto, si offendeva. E poi ci prendeva in giro: Siete sempre impegnate in riunioni, assemblee, assemblee e riunioni: qui non lavora mai nessuno, diceva. Quindi avevamo sempre il tempo per passarlo a trovare, secondo lui. Perché per Piero il lavoro era fatica e sudore, aveva sempre lavorato così: nei campi, sui camion e al mercato. Sicuramente uffici e computer non erano paragonabili”.

Non ha mai fatto un giorno di vacanza, Piero, nemmeno quando ancora lavorava, perché il suo tempo gli bastava gestirlo così, tra la famiglia, qualche amico e il parco Lambro.

Dopo la morte della moglie, Piero era rimasto molto segnato e la sua grande ragione di vita era la figlia, con la quale aveva un rapporto strettissimo. Immaginiamo una persona instancabile, pieno di energia e sempre autonoma che ha sempre affrontato un destino faticoso a testa alta, senza far mancare nulla alle sue donne. Quando una delle due è venuta meno, l’amore della sua vita, tutte le attenzioni sono andate all’altro su prezioso bene: Manuela.

Piero se ne prendeva cura ogni giorno, garantendole tutto quello che le serviva per stare bene. Entrava, a volte, al Cse Campus, dall’altra parte del cortile di casa loro per allungarle un maglione perché era diventato freschino. Le faceva fare un po’ di moto in bicicletta e le preparava sempre le cose migliori da mangiare, nel nome della semplicità. E poi arrivava il momento della pelliccia, delle perle, dell’abito giusto e il cappello in testa per le occasioni di festa. Manuela era come una principessa, sempre in ordine e sempre pulita e curata da un padre attento e affettuoso quanto un fiume in piena. D’estate, in Cascina, ricorda Alessandra del Cse, si sentiva la musica veneta uscire dalle loro finestre e le loro voci che cantavano e ridevano.

Ora stanno tutti collaborando perché la vita di Manuela continui allo stesso modo, con gli stessi accorgimenti, anche se naturalmente nessuno può sostituirsi a suo padre.
Piero se n’è andato dopo mesi in cui il suo vero dramma era lo stare fermo, aver perso la sua indipendenza, anche se si trattava di poche semplici abitudini di una persona anziana.
Il suo dare tutto agli altri, alla famiglia come a chi gli dava una mano (perché lui era sempre in debito, voleva sempre restituire i favori che riceveva), alla fine, quando gli sono tornati indietro, questi favori, queste premure, lo hanno fatto sentire più a disagio che non amato. Anche se così non era.
Un eroe, un leone, una cascata, abituata al suo percorso da fare in solitaria, difficile da arginare, alla fine, quando si lascia andare alla laguna, si abbandona, si allarga in un respiro di sollievo e si riposa.
Così lo salutiamo, che si riposa, finalmente, tra tanti ricordi e tanto da fare.

 


QUALCHE PAROLA IN PIU’


“Il primo personaggio che mi viene in mente è quello di un essere mitologico, una specie di centauro metà uomo e metà Angela. Perché quando li vedevo girare per la cascina -lei davanti col suo cappello di paglia e lui dietro a spingere la carrozzina orgoglioso e fiero- mi sembravano davvero un tutt’uno, un solo essere, fatto di donna, uomo e carrozzina, incernierati insieme da un unico sorriso, a 64 denti, che cominciava sulla bocca di Angela e finiva su quella del Piero. Lui come un nobiluomo di campagna la portava in giro per le sue terre (ché di Cascina parlava sempre come fosse la sua casa, anche prima di venire a viverci davvero) e lei beveva tutto con gli occhi e notava il nuovo fiore piantato, la capretta già cresciuta, il marciapiedi riparato e per ogni cosa aveva parole di entusiasmo e di ringraziamento per chi se ne prendeva cura.
Ma se penso a Piero, mi viene in mente anche il Barone di Munchhausen: fanfarone, visionario, immaginifico e sognatore. Ogni volta che raccontava delle macchine mirabolanti che diceva di aver costruito per aiutare la sua Angela nelle operazioni quotidiane (per accudirla e per lavarla) io chiudevo gli occhi e me lo immaginavo appunto come il barone a cavallo di una palla di cannone.
E poi c’è un terzo personaggio, che è anche il mio preferito e col quale vorrei salutare Piero: il Suonatore Jones, dell’Antologia di Spoon River e della canzone di De André. Il suonatore che con due soli versi mi ha insegnato cosa sia la poesia  – in un vortice di polvere gli altri vedevan siccità / a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa – e che con la sua fanciullesca innocenza riusciva a voltare in purezza ogni sconcezza. E Piero ne diceva tante, ma sempre con gli occhi furbetti ed innocenti di un bambino.”
Thomas

“È arrivato qui un giorno, con il suo carico di vita, con sua moglie, con sua figlia. È arrivato e la sua presenza ha riempito una casa e il mio cuore. Era forte quando è arrivato, era lucido, potentemente fiero di essere autonomo. Un uomo dell’età di mio padre che, con gli anni, come mio padre, è diventato più fragile. Ho sempre sentito di dovergli dare rispetto, affetto, comprensione e un conforto che per se stesso lui non chiedeva mai. Non amava nemmeno riceverlo, visto l’orgoglio testardo che lo caratterizzava ma che negli anni gli ha permesso di accettare i miei “Dai Piero… fai il bravo, non ti arrabbiare… ti voglio bene”. Il suo corpo e la sua mente si sono arrese piano piano quando è mancata Angela e lui ha lottato come un padre, con gli errori di tutti i padri, per proteggere questa figlia che il destino gli ha donato. Lo abbracciavo e gli davo il bacio, gli ultimi tempi, gli mettevo a posto la sciarpa perché non prendesse freddo. Mi sentivo un po’ onorata di averlo conosciuto e grata di aver potuto condividere un pezzo di cammino con un uomo che credo non lo sapesse nemmeno, ma è stato un esempio di dignità raro e prezioso.”

Valeria 

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