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La relazione educativa e il progetto di vita ai tempi del Coronavirus

Gli educatori che si occupano ogni giorno delle persone con disabilità riflettono sul valore del loro lavoro in tempi difficili

“La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”. Questa espressione di John Lennon aiuta a comprendere la fragilità degli imprevisti che possono accadere e il Coronavirus è un imprevisto capace, come un vero e proprio “tsunami”, di portare via con sé certezze consolidate nel tempo, stravolgendo tutto ciò che prima era fonte di sicurezza e stabilità e ogni aspetto della nostra quotidianità.

Questo per tutti.

Per noi operatori che ogni giorno lavoriamo con le persone con disabilità, di fronte al vacillare di quasi tutti i paradigmi relazionali noti, proponendo nuove sfide educative per cui occorre un pensiero nuovo e originale.

Per le famiglie, ritrovandosi 24 ore a prendersi cura dei propri figli, costrette entro le mura domestiche, insieme bunker e fortini ultimi di sopravvivenza, spesso con difficoltà ad organizzare una giornata “sensata” all’interno di appartamenti e condomini in apnea.

Difficoltà vissute su piani differenti, ma comunque capaci di farci incontrare su un unico livello: trovarci, sotto una nuova prospettiva, per ritrovare/riscoprire i nostri ragazzi/figli, re-inventandoci come operatori e genitori, individuando e adottando strategie educative in grado di dare forma e vita a “nuovi” tempi e spazi fisici, mentali, organizzativi, ma soprattutto emotivi e affettivi, tempi e spazi di presenza, gli uni per gli altri.

Da qui il nostro dare continuità all’azione e relazione educativa, alle amicizie e alla “vicinanza” nelle sue svariate forme, portandole nelle case, mettendoci al servizio dei ragazzi e delle famiglie e, con la loro collaborazione e partecipazione, proponendo dei format alternativi e originali, che possano incentivare un uso del tempo libero domestico funzionale e divertente e, più in generale, promuovere con tutti i mezzi a disposizione il benessere psico-fisico delle persone.

Ecco quindi che attraverso telefonate, vocali, audio racconti, video saluti/tutorial, video chiamate, gruppi Whatsapp e “Pacchi dal Centro Diurno Disabili” preparati al centro diurno e consegnati direttamente a domicilio dagli operatori, contenenti proposte concrete di lavori e passatempi “su misura”, la casa può trasformarsi in un grande laboratorio dove è possibile incontrarsi, parlarsi, fare percorsi motori, giocare, sperimentare nuovi piatti da cucinare o altre semplici creazioni.

E cosa c’è di più bello e appagante che riscoprire nuove forme di ricchezza dietro i sorrisi di questi ragazzi che riescono con gioia e spontaneità ad improvvisarsi cuochi perfetti, racconta-storie e ballerini, attori da oscar e veri e propri campioni sportivi, grandi domestici nonché incredibili artisti ed estetiste fai da te, confermando e dando valore, ancora una volta, alla loro “specialità”?

Anche grazie ai nostri ragazzi, impariamo, ancora una volta, a guardare il bicchiere mezzo pieno e a rileggere questa emergenza Covid-19 quale importante occasione di apprendimento, per comprendere che il CDD e casa non sono solo luoghi di custodia e intrattenimento, ma spazi dove si costruiscono relazioni nei più svariati modi, e dove avvengono gli incontri con gli altri, dove valorizzare le proprie capacità e competenze, dove “crescere” ogni giorno un pezzetto in più, tutti insieme.

Abbiamo raccolto da alcune famiglie testimonianze di grande coraggio e speranza, riflessioni sulla resilienza possibile e su aspetti di condivisione spesso accantonati nella ordinaria frenesia della vita moderna.

In questo ultimo periodo di fermo a casa a causa del Coronavirus in cui c’è bisogno di occupare il tempo e di far trascorrere in modo sereno la giornata per me e in primo piano a mio figlio Adriano, tramite gli educatori del suo CDD con telefonate quotidiane, filmati vari di cucina, ginnastica, fiabe, storie, giardinaggio, giochi realizzati con materiali di riciclo, scambiandoceli a vicenda, fermandomi a riflettere e osservando mio figlio nella nostra quotidianità, sto riscoprendo la sua capacità e la sua voglia di fare ciò che gli propongo e gli proponiamo in maniera positiva. Anzi, a volte mi stupisce e mi rende orgogliosa di come reagisce a tutto ciò, fermo restando che a volte umanamente reagisce con fastidio alla situazione, ma questo penso succeda a tutti noi in questi momenti in cui si è costretti a stare a casa per tutelare la nostra salute e per ritornare alla “normalità”. La morale è che questo Coronavirus ha il suo lato positivo, ci ha fatto riscoprire dei lati del nostro carattere e delle risorse inaspettate” racconta Ornella, mamma di Adriano.

L’emergenza Covid-19 ci ha costretti a casa, tutti: mamma, papà, Laura, Alberto e la tata Maria. Laura ha reagito bene, nonostante i primi giorni ci indicasse la porta come a volerci chiedere come mai non si potesse uscire: non so quale idea si possa essere fatta della situazione che, con parole molto semplici, abbiamo cercato di farle capire. Ma è sempre stata serena, fortunatamente si è fatta grandi dormite fino a tardi.

Nel pomeriggio abbiamo sfruttato spesso il terrazzo condominiale all’ultimo piano così che Laura potesse anche muoversi sia facendo le scale che camminando sul terrazzo … a suon di musica che io o mio marito cercavamo su Youtube, balli di gruppo specialmente, in ricordo delle estati in montagna. Devo dire che si è divertita molto, in alternativa c’è sempre stata la televisione: in particolare ha riscoperto filmati di saggi alle elementari (periodo a lei carissimo e indimenticabile!!) che ha visto ripetutamente per giorni.

C’erano poi le telefonate ed i quotidiani filmati degli Operatori del CDD che hanno mantenuto vivo il contatto con il Centro. Quando Nadia e Gianluca le hanno portato la borsa con i giochi è stata molto sorpresa all’inizio ed entusiasta poi: ha scelto subito il suo gioco preferito, la plastilina, e ci ha coinvolto tutti nel lavorare con lei. Credo che aver visto di persona gli Operatori e toccato con mano i giochi del Centro, le abbia dato la certezza che presto tutto sarebbe tornato come prima.

Per lei il periodo trascorso non sembra sia stato traumatico come lo è stato forse per noi adulti, sicuramente ha capito che c’è un problema: spesso ci chiede dei nonni che vede tutte le sere su Whatsapp, cosa mai successa prima e che, credo, le abbia fatto capire che la situazione è anomala” racconta Lella, mamma di Laura.

Anche Samantha ha voluto condividere con i suoi operatori le sue emozioni del momento, traducendole a parole e regalandoci un prezioso scorcio di positività e di meraviglia…

Da quando il Centro è chiuso per il Corona virus, gli operatori stanno facendo le telefonate da casa. Ci stanno dando dei lavoretti da fare in casa. A me piace sentire ridere: Salvatore, Michele, Alessia e tutti quanti gli altri quando mi telefonano. In questo periodo sono molto triste! Perché come dice il mio amico Roberto in maniera arrabbiata: “Quando se ne va questo virus?”

Ed io in risposta: “…vedrete! Vinceremo!” Questo virus non mi piace per nulla. Mi mette tristezza. Sono tristissima! Come dovesse distruggermi… anzi… a tutto il mondo. Sentendo storie sulle persone che muoiono…E’ come se morissi anche io. Però c’è anche un “pro”: le cose belle e positive! Come la felicità di voler ritornare al Centro, la voglia di rivedere gli amici e i miei operatori… Questa esperienza mi sta insegnando molte lezioni di vita.

P.S.:” Se il mondo fosse come i miei operatori, festeggeremmo la fine del virus in maniera più bella…” ANDRÀ TUTTO BENE!

Sì, andrà tutto bene cara Samantha, se continueremo ad affrontare e a vivere ogni esperienza che la vita ci offre con la tua naturale capacità di saperla trasformare in una grande e sempre nuova emozione.

Sì, andrà tutto bene perché il Coronavirus, sarà una di queste esperienze, capace di donarci occhi nuovi per vedere ciò che sa restituirci … E allora non ci sono e non ci saranno operatori, ragazzi o genitori, ma solo persone, che sanno essere strumenti di speranza e di amore all’interno di un cammino comune.

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