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La storia di Cascina Nibai

Un progetto di vita comunitaria e cooperativa

E’ sempre emozionante rispolverare i vecchi archivi, ormai sempre più digitali, per ritrovare pezzetti di storia che raccontano cosa c’è stato prima di noi. Sia per non dimenticare e insegnare ai nostri figli ciò che è accaduto, ma anche per conoscere l’evoluzione e capire quanto sono cresciute le esperienze e i progetti che sono nati senza sapere se sarebbero durati nel tempo.

Cascina Nibai è entrata a far parte di Cascina Biblioteca durante il 2020 ma ha una lunga storia alle spalle. Abbiamo voluto ripercorrerla e scoprire come è nata.

La struttura di Cascina Nibai è una tipica cascina lombarda, in parte risalente al 1700. Il signor Nibai e i suoi fittavoli se ne sono andati da tempo e, negli anni ’80, arrivò la Cooperativa Fraternità dove adulti e bambini, giovani, anziani e persone con disabilità vivevano insieme secondo il ritmo della natura, condividendo le forze, le soddisfazioni e le fatiche.
Quando nacque questo progetto? Era il 1980 e «un gruppo di adulti e di giovani, legati da amicizia, che avevano conosciuto esperienze di vita comunitaria (Nomadelfia, la Collina di Reggio Emilia, il Forteto di Prato, ecc.) si erano trovati di fronte a un interrogativo suscitato da un’omelia del Cardinal Martini: come essere samaritani oggi? » Nel gruppo c’era un papà con 4 figli, uno dei quali adolescente con disabilità, un papà che ha accolto nella sua famiglia una bambina, anch’essa con disabilità; insieme a loro c’erano anche giovani, fidanzati, amici.

L’ospedale psichiatrico di Cernusco sul Naviglio era stato chiuso a causa della legge 180 e alcuni giovani dimessi non sapevano dove andare.
Umberto Sirtori, dopo diverse riunioni del gruppo, propose di dare vita a un’esperienza nuova, mettendo da parte dubbi e paure. Nella campagna cernuschese una cascina era in vendita, sembrava il luogo ideale per poter avviare attività lavorative e dare lavoro alle persone fragili che erano con loro.

La cascina non costava poco, 450 milioni di vecchie lire. Ma con un prestito in banca si poteva iniziare. Grazie ad un’amica, il prestito venne fatto da una banca con agevolazioni di restituzione sul conto interesse e non sul conto capitale.

Nacque così la Cooperativa Fraternità. «Uno dei soci fondatori era il vicario episcopale. “Volevamo — ci racconta Edoardo, vicepresidente della Cooperativa, educatore — fin dall’inizio essere sostenuti in quest’opera dalla Chiesa locale. Sapevamo di lanciarci in un’impresa più grande di noi. Alcune suore, per lo stesso motivo, pur non aderendo totalmente, si sono impegnate a seguirci con la preghiera” offrendoci ogni mese una piccola somma.»

In poco tempo altre persone, altre famiglie e volontari, si unirono ai trenta fondatori che stipularono l’atto il 2 marzo ’81. Nel primo periodo, lavoravano in cascina di giorno e rientravano a casa di sera ma capirono che sarebbe stato necessario creare delle abitazioni per le persone senza famiglia.

Anche quel progetto andò a buon fine e dopo poco tempo furono 4 le famiglie a vivere in cascina. Dopo un anno di vita della comunità, venne organizzata una festa di ringraziamento, a cui parteciparono circa 350 persone che avevano dato una mano: un’impresa edile, un gruppo di alpini che aveva sistemato la stalla, tante famiglie, adolescenti, i clienti dello spaccio.

«La struttura era composta da due realtà:
a) La Cooperativa Fraternità, con le 44 persone, di cui 20 con disabilità e fragilità, che lavoravano sul posto svolgendo diverse attività. Fra i componenti della cooperativa, alcuni alla sera tornavano a casa, altri vivevano in Cascina (quattro famiglie con i loro figli tra i quali due bambini con disabilità, sei persone senza famiglia, cinque obiettori di coscienza). Ogni famiglia viveva in un appartamentino privato al primo piano. A mezzogiorno si pranzava insieme, la cena si faceva in famiglia o in comune, come si preferiva.
b) L’Associazione Fraternità alla quale appartenevano tutte le persone che partecipavano alla vita della comunità o con lavori saltuari, o nei momenti di preghiera e di festa, ma che soprattutto condividevano l’ideale, sposavano la causa.

Il lavoro comprendeva:
a) l’attività agricola con lavoro e coltivazione dei campi e l’allevamento di circa 2000 tra galline, oche, faraone, conigli, maiali con macellazione e lavorazione della carne; allevamento di torelli da ingrasso;
b) un laboratorio di assemblaggio e uno di elettronica artigianale (trasformatori per giocattoli, amplificatori, provvedendo sia al montaggio che alla progettazione…) nati successivamente perché il lavoro agricolo non era adatto ad alcune persone;
c) lo spaccio-vendita dei prodotti della cooperativa ma anche bar, un punto di incontro per chi veniva ad acquistare i prodotti della fattoria, aiutando la comunità in questo modo;
d) i lavori per la ristrutturazione della Cascina, relativi alle nuove e diverse funzioni che in essa si svolgevano.»

Gli introiti erano costituiti dalla vendita dei prodotti del lavoro, dalla partecipazione finanziaria mensile di membri della fraternità, da donazioni, dalle rette per le persone con disabilità. Le spese, invece, erano costituite dagli stipendi, dai materiali per la ristrutturazione e dall’estinzione del debito (con gli interessi).

Questo progetto non ha incontrato poche difficoltà e, come all’interno di qualunque gruppo, ci sono stati problemi continui da affrontare e tensioni di ogni tipo. «L’ideale di vita che si erano proposti si delineava man mano che vivevano, che facevano, che sudavano; man mano che la vita presentava i suoi aspetti facili o difficili, le sue richieste talvolta esigenti.»
Ma il valore alla base dell’esperienza era quello di dare vita ad una nuova cultura che mettesse al centro le persone fragili, di cui tutti dovevano prendersi cura, grazie alle relazioni e dandogli un’abitazione e un lavoro. Le persone fragili come risorsa e non come “un pacchetto scomodo”.

Questo anche per portare avanti la missione cristiana di amore verso il prossimo. La preghiera è sempre stata un momento importante per la vita della cascina, che aveva al centro la cappella dove si pregava insieme, ogni mercoledì si partecipava alla messa e una volta al mese si faceva un ritiro spirituale. Momenti importanti che contribuivano a mantenere forti le relazioni, la base per costruire il futuro.

Oggi Cascina Nibai è una cooperativa che si occupa ancora di agricoltura e allevamento, le prime attività lavorative della cascina. Esiste ancora uno spaccio, da diversi anni affiancato da un agriturismo. Dà ancora lavoro alle persone fragili, mantenendo quindi la mission iniziale e, anche se i lavoratori non vivono in comunità, alcune delle case in cascina sono destinate alle persone fragili. E’ bello sapere che, a distanza di 40 anni dalla sua fondazione, Cascina Nibai abbia saputo mantenere vivi i valori che avevano dato vita ad un progetto così ambizioso, che è durato nel tempo.

Si ringrazia la redazione di Ombre e Luci per averci permesso di scrivere questo articolo, tratto da un loro scritto del 1985.

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